Scrivia – Modulo 2

Scrivia – Modulo 2

Domenica 18 Maggio, al Joy’s Pub di Bari, il Laboratorio di scrittura creativa Scrivia, di Luciana Manco in collaborazione con Kedos, ha presentato il secondo modulo del progetto:

Modulo 2. Il gioco degli elementi

- Analisi della struttura del racconto breve e dei suoi vari generi

- Scrittura di un racconto breve a partire da elementi forniti dal tutor.

Dopo aver analizzato la struttura del racconto breve, ho assegnato agli iscritti degli elementi sui quali sviluppare un piccolo racconto. Gli elementi erano i seguenti:

Soggetto: io (se stessi)

Ambientazione: il Joy’s Pub

Epoca: notte

Ognuno degli iscritti doveva immaginare di essere da solo, in piena notte, chiuso dentro al Joy’s Pub.

Ecco i frutti:

Mimmo Gregorio: “Quando si è soli, senza neanche il rumore delle tue scarpe perché non riesci a trovarle al buio, si può solo ricordare. Ecco, io non ricordo soprattutto perché mi ritrovo sdraiato per terra. Accanto a me vedo sedie, tante sedie. Avrò dormito parecchio, sarà perché ho bevuto parecchio. Un buon motivo per bere così tanto, quello sì me lo ricordo. E’ tutto così confuso, non mi era mai capitato. Avrò riso mentre bevevo, mi capita quando butto giù qualunque cosa che non sa di acqua e appena appena si assomiglia ad una birra, o ad una qualsiasi brodaglia alcolica capace di fiondarsi nello stomaco e sbattere su una delle tante parti ulcerose, e dopo la bruciante risalita di tutto il mio cuore, e di tutto il mio fegato, e della mia fottutissima anima, mi salvo. E senza capire come, dopo essere sopravvissuto, alla fine io rido, come un bambino.

Sono sgabelli quelli che si stagliano sulla mia testa, precedono di poco il soffitto. Qualche rettangolo di luce animata, proiettata dal suono incombente, presente in un attimo e poi sfumato piano, piano, disegna sulla parete i tasselli di un puzzle che compare e scompare in fretta. “Guinness”. Leggo. “Guinness”. Mi ascolto.

- Sono al pub, al Joy’s!

Chiaro. M’hanno lasciato qui. Forse tra poco qualcuno aprirà la porta, e mi troverà ancora steso per terra, ad aspettare. Forse farò finta di dormire. Forse gli chiederò scusa, “non volevo fare tutto stò casino nel tuo pub”. Il fatto è che ora sto bene, l’odore del legno dei tavoli, del banco in stile irish pub mi accarezza, e mi piace guardare quelle finestrelle di luce che dalla strada s’inseguono sui quadri, sulle fotografie in bianco e nero, sui gagliardetti pubblicitari che, sospesi e, immobili quasi, mi guardano.

Meglio così. E così imparo, io, e così pure lei la finirà di cercarmi e trovarmi poi al solito posto. Questa notte mi sono perso, e va bene così, “dolce amore mio”.”

 

Daniela Castagna: “Dov’è la luce?

Ci sarà da qualche parte un interruttore. Porca miseriaccia.

Cellula fotoelettrica per risparmiare sulla bolletta. Porca miseriaccia. Ero, stavo in bilico sulla corda dei miei battiti cardiaci. Qual è la frequenza della paura? 110-120? Qua mi viene un infarto…

La porta del bagno non si apre. Ops! Scorrevole…ma non è scorrevole? Quindi, se verso l’esterno non funziona… Respira, respira. Dada, respira. Uscìì dall’angusto disimpegno. Gatto non sono…forse, se chiudo gli occhi e poi li riapro, mi adattaerò a questo buio pesto. E’ come la prima notte che mi hanno lasciata sola a dormire nella mia cameretta. Non mi volevano più nel lettone con loro. Malvagi! Le spiegazioni educative da mio padre rispetto all’autonomia. “Sei grande ora!”. Ma che qualcuno decida per te che sei grande, e che noia.

Di orchi quella notte ne ho visti una infinità. Oddio…e se ne comparisse uno ora? Forse è meglio che non riapra gli occhi. Domani qualcuno verrà ad aprire questo postaccio! Chissà a che ora. Vabbè, ora conto le pecore e mi addormento. Senza rendermene conto, avevo preso a camminare un passo appiccicato all’altro, quasi a mantenere l’equilibrio. Al primo urto inevitabile, gli occhi si spalancarono. Accidenti, ancora un altro livido in questa settimana, abbiamo fatto l’en plein! Cosa faceva Audrey Hepburn in quel film? Era cieca, e si muoveva benissimo in casa sua. Esercizi di riabilitazione, lo sai, quelli poverini fanno esercizi di riabilitazione.

Una sedia al tatto riconoscibile. Urtai ancora contro un tavolo. Sedetti arrancando. Poggiai la testa sul gomito destro. Tentai di ascoltare i rumori, non la mia testa. “I mostri i mostri”, ma qui alla fine non se ne vedono affatto. Saranno andati sicuramente da qualche altra parte a cercarmi.

Forse, sono a casa mia, ed io sono qui, al sicuro!”

 

Daniela Albanese: “Il suono lancinante di una sirena mi sveglia. Apro gli occhi e vedo la luce azzurrina filtrare dalla finestre. Non sono a casa, me ne rendo conto solo ora.

Alzo la testa dal tavolo per guardarmi intorno, ma devo fare piano perché sento il sangue pulsarmi nelle tempie e la stanza girarmi intorno.

Oddio, sono ancora al Joys! C’é nessuno? Provo a chiedere con voce flebile, ma quello che mi arriva alle labbra è solo un sibilo. Nessuno risponde e difatti nel locale regna il silenzio.

Ma quanto avrò bevuto? E soprattutto che ci faccio qui?

L’ultima cosa che ricorso sono le tue labbra e poi il suono di quelle parole, dure , fredde.

Credo sia meglio se non ci vediamo più…sai devo trasferirmi per lavoro….”. E poi tu hai continuato a parlare, parlare, portavi il bicchiere alla bocca , lo posavi e tornavi a parlare, parlare, ma io non ti ascoltavo più, ormai.

Sentivo solo un ronzio nelle orecchie, vedevo tutto bianco e pensavo “ E ora che faccio? Non te ne andare , non lasciarmi, ti prego, tienimi con te, non andare via”.

E intanto fissavo il calice di rosso , che era sempre troppo vuoto, e ne ho ordinato un altro ed un altro ancora. Ed ho iniziato ad alzare il tono della voce, mentre dicevo sprezzante : “ Siete tutti uguali… Pensavo fossi diverso, ma sei prevedibile, un uomo meschino e prevedibile”.

Tu mi dicevi di calmarmi e di abbassare il tono della voce perchè “ ci stanno guardando tutti, smettila!”.

Ed allora io ti ho urlato di lasciarmi in pace e di andare via. E tu te ne sei andato. Incredibile, te ne sei andato senza battere ciglio ed io sono rimasta lì seduta la tavolo da sola, mentre tutti mi guardavano con commiserazione, nascondendo sorrisi beffardi dietro i boccali.

Da quel momento in poi non so cosa sia successo, il mio cuore ha smesso di battere e non mi sono sentita più io.

Oddio, ma allora è successo veramente! Sei andato via, ti ho perso. E ora come vado via di qui??? Che casino! Devo chiamare qualcuno, farmi venire a prendere. Dov’è la mia borsa? Dov’è il cellulare? Di nuovo la sirena, ma tutta di qua passa la polizia stanotte?

Un sussulto ed apro gli occhi. Guardo la sveglia sul comodino: sono le 6: 45. Inizia un altro giorno.

Ho sognato un’altra volta la sera che mi hai spezzato il cuore, lì a quel tavolo del Joys Pub.”

 

Rosario Le Piane: “Fu quella notte che provai a raggiungerti, mentre tutto intorno taceva, una sola voce nel silenzio della mia anima, un silenzio assordante. Una luce fioca illumina il mio posto…il mio classico bicchiere…gli occhi chiusi ad aspettare…

Fu allora che provai a raggiungerti. Il vento sbatte sulla porta e sulle finestre, mi giro in cerca di qualcosa….osservo e aspetto.

Pian piano il silenzio si rompe..inizio a sentire ogni piccolo rumore di tutto ciò che mi circonda; pian piano la mente li mette in ordine….osservo e aspetto.

Un colpo di vento, il rumore del frigo, un sorso di birra, il colpo del bicchiere sul bancone…ogni rumore diventa suono, ritmo…osservo e inizio a nuotare nei suoni; ogni cosa emana un suo suono…riesco persino a sentire il suono del battito del mio cuore che da il tempo ad ogni cosa.

Ciò che prima era silenzio adesso finalmente è musica.

Fu in quel preciso momento che son riuscito a raggiungerti…fu in quel momento che la tua voce cantava con me.”

 

Francesca Emilio: “Se ne erano andati tutti. Me ne accorsi non appena uscita dal bagno, ebbi giusto il tempo di ascoltare il rumore violento della saracinesca che sbatteva sul gradino della porta d’ingresso.
Provai ad urlare ma la voce si spezzò, rimbalzò sulle mura del Joy’s pub e mi si scaraventò addosso con i bassi potenti e gli acuti sottili, fragili, spenti. Sola, proprio quella notte in cui avevo deciso di dormire sul mare per guardare le stelle. Invece no, niente: un buio profondo, privo di stelle, pieno di odori della serata appena finita. L’odore aspro dolce della birra caduta per terra, l’odore acre dei vestiti impregnati di fritto. Ricordo che quel silenzio faceva troppo rumore. Era la mia testa che partoriva caos, il mio corpo però era immobile, come se fosse bloccato da una forza estranea.
Era lui, lo vidi, l’uomo col cappello. Lo avevo già visto al Joy’s, mi osservava dal tavolo alto vicino alla finestra mentre ridevo per finta. In verità quell’ombra definita solo nel volto mi seguiva un po’ ovunque, si insinuava nelle rughe di ogni gesto e pensiero. Era la mia paura, insipida, scura, come il fondo dei bicchieri di birra abbandonati sui tavoli della gente lenta. Bevete, volevo urlare tutte le volte, bevete che quella è vita e presto non avrà più sapore. La mia paura non andava via, restava lì nonostante la fuga in altri pensieri. Mi accarezzava la pelle e mi spingeva lì, su quel palco, lo faceva con violenza – chi ha detto che le ossa non hanno memoria? mi fai male – sussurrai. D’un tratto mi trovai in piedi, più alta di prima, due scalini più su del resto del mondo, volevo scappare, volevo vedere le stelle. Ero come legata a qualcosa, all’idea, probabilmente assurda, di non essere sola. Urlai ma quelle urla restarono sospese nel vuoto, come se non avessero direzione. Urlavo a me stessa. Sentivo il peso di ogni sofferenza adagiarsi sulle ossa oltre che sull’anima. Rigettai tutto in quell’urlo, mi vidi librare lontana, come catapultata al di fuori di me. Mi guardai dall’esterno. Ero un’ombra intrappolata nell’eterno. Non sapevo risplendere al buio, tappavo i buchi delle mie luci, tagliavo le ali delle mie idee con celata resistenza alla vita. Una lotta continua sin dal primo respiro. Lo vidi svanire, l’uomo col cappello. La sua ombra fece spazio di nuovo alle sedie, ai tavoli e al bancone. Mi lasciò sola davvero con la consapevolezza di aver fatto nebbia in ogni sentiero. La notte, quella notte, passò lentamente. Porto ancora con me il ricordo di una donna piena di idee che fino ad allora non aveva vissuto per niente.”

 

ANIV: “Non mi era mai capitato di entrare in un pub in questa città, nella mia città. Quella sera mi feci convincere da amici incontrati dopo tanto tempo, più che amici dell’oggi, compagni di università. Per questo mi ero fidata.

Dopo una trattativa di:

“o’ Andiamo”
” No ,preferisco tornare a casa !”
“Solo un po’, un’ora !”
” Ho sonno, stanotte non ho chiuso occhio!”
Alle ventidue, entrammo. C’era tanta confusione, non riuscivo a parlare con nessuno del gruppo, né con altri. Sbirciai un tavolo e un angolo dove poter bere birra; cominciai ad osservare gli altri attorno a me, come solitamente faccio nei luoghi di attesa o affollati , divertendomi a cercare di capire, o meglio, di immaginare dall’ abbigliamento, dalla postura, dai gesti, il loro quotidiano. Intanto continuai a bere fresca birra e…. mi addormentai.
Non so come io abbia fatto a dormire tutto quel tempo e profondamente, col capo chino sul tavolo e seduta a quella sedia di paglia, che avevo trovato dura e scomoda appena mi ero seduta. Non so a che ora gli altri erano andati via, non so perche’ non si accorti che ero lì..
Mi svegliai, attorno a me era buio; mi avvicinai alla finestra per guardare fuori e vidi la strada deserta, illuminata da luci fioche. Dopo un po’ sentii il ticchettio della pioggerellina e cominciai a sentire freddo o forse era il freddo che mi aveva svegliato. Indossai la giacca che avevo tolto al mio ingresso e con le mani in tasca cominciai a muovermi nel locale addormentato.

Mi awicinai al palco dove gli strumenti musicali erano stati lasciati, cominciai a toccare le corde di una chitarra per sentire un qualche rumore attorno a me, mentre continuavo a domandarmi: “Come hanno fatto a non accorgersi di me . Come e’ stato possibile!”
Ad un tratto , avvicinandomi alla cassa, fui avvolta da un alito di vento ,avvertii uno spostamento, un movimento, come di una misteriosa presenza, mi fermai.
Con calma, girando su me stessa, controllai con lo sguardo se porte e finestre fossero chiuse.
Continuai a sentirmi avvolta da una nuvola d’aria. Non ero sola. C’era qualcuno vicino o attorno a me.
In un attimo mi ricordai di quell’ articolo che avevo letto sul quotidiano, c’era stato un omicidio in un pub, era stato ammazzato senza un valido motivo il proprietario, forse di questo pub?
Girandomi verso la finestra, cominciai a vedere le luci dell’ alba, mi accorsi dall ‘ombra dell’anta per lo spiraglio di luce che entrava, che una finestra era appena aperta.
Sentii il rumore delle chiavi girate nella serratura. Finalmente qualcuno stava entrando.”

 

Dopo questo primo esercizio, ho invitato gli iscritti a scrivere su dei fogliettini un soggetto, un oggetto e un luogo ciascuno.

Abbiamo mescolato i foglietti di ogni categoria e gli iscritti hanno pescato un soggetto, un oggetto e un luogo, ottenendo una serie di elementi casuali sui quali ho chiesto loro di scrivere una brevissima storia.

Ecco il risultato:

 

 

Daniela Albanese:

UN IMPRENDITORE – PIANTA – TERRAZZINO

“Imprenditore di mezza età in crisi sconfigge la depressione coltivando piante sul terrazzino della sua villa al mare. Piante di marijuana.”

 

ANIV:

FRED – TERRAZZA – SCARPA

“Fred prendeva il sole sul terrazzo di casa e stava godendosi la prima giornata calda di primavera.

Mentre pensava alla doccia tiepida che dopo avrebbe fatto, sentì un oggetto scontrarsi sul bordo del suo lettino: era una scarpa di colore rosso. Alzò lo sguardo pronto ad inveire.

Lei, affacciandosi, parlò in una lingua che lui non conosceva.

Lo sguardo arrendevole, la lunga chioma sciolta, il tono timido, indussero Fred ad un incontro di scuse.

 

Mimmo Gregorio:

AMIE NEFRASCA – TACCUINO – PORTO

“Porto sempre con me un taccuino, me lo metto in tasca come la piccola mela del cantautore. Ci scrivo le promesse che faccio a Amie. “Ti porterò a Parigi, scriveremo un libro assieme, e andremo almeno una volta dove vuoi tu, Amie Nefrasca, verso qualsiasi porto”. Peccato, ho pochi fogli…”

 

Daniela Castagna:

MENDICANTE – ARPA – MARE (con notte stellata)

“Il mare di notte restituì, indifferente, l’arpa graffiante al mendicante.”

 

Francesca Emilio:

VICINA DI CASA – BARCA – MARE

La mia vicina di casa cura la sua barca.
Sa che non potrà mai vedere il mare.

 

Rosario Le Piane:

PONGISTA – STRADA – CAPPELLO

“Un colpo di vento fece volare il suo cappello. Un pongista lo trovò per strada, lo osservò, lo raccolse e ne senti attentamente l’odore… lo cercò per tutto il tempo.”

 

A presto con le opere realizzate domenica 25 Maggio!

 

 

 

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