Charlie Hebdo, il nostro pensiero su polemiche e sentimenti “social”.

Charlie Hebdo, il nostro pensiero su polemiche e sentimenti “social”.

Dopo l’ennesimo telegiornale, articolo, post e ripost su ciò che sta accadendo in Francia o, per meglio dire, in Europa, ci sentiamo di esprimere il nostro commento sui “commenti”, visto che siamo persone, in primis, e poi perché, indirettamente o meno, ci occupiamo di comunicazione.
Abbiamo notato che alcuni blog e testate giornalistiche, autori e giornalisti, si sono posti in modo critico nei confronti del fenomeno “Je suis Charlie”.

Riteniamo, in tutta onestà, che non sia utile sparare a zero su quelle che sono e, perché no, potrebbero essere, semplici manifestazioni di solidarietà, seppur “pecorònmodaiole” espresse con il ben noto “je suis charlie”.
A nostro avviso devono essere prese come ciò che sono e rimangono: semplici manifestazioni di solidarietà, senza troppe pretese di assunzioni di ruoli o impegni gravi e/o cruciali di nessun tipo.

Ognuno, dentro di sé, sa come e quanto vuole e può essere Charlie Hebdo, ed è libero di esprimere il suo pensiero anche in quella maniera univoca, comoda, immediata o “imposta”che è il semplice: Je suis Charlie. Per alcuni è una formula esagerata, lontana dalla realtà quotidiana, ma è pur sempre un modo per comunicare una vicinanza, una scelta, una predisposizione.
Si fa presto a dire “Je suis Charlie”, ne siamo consapevoli, e diciamolo pure: è un modo “prêt-à-porter” di essere solidali.
Un modo per “fare massa” attorno ad una disgrazia che, certo, non fa piacere a nessuno, probabilmente nemmeno a coloro che l’hanno provocata, perché se ci fosse quell’armonia che tutti professano non ci sarebbero motivi per sparare o metter bombe qua o là. Citiamo, a questo proposito, Moni Ovadia, che non giustifica e né si stupisce di ciò che accade, e si dispera di fronte a questo malcontento “cosmico” che sfocia in atti di violenza simile.

Ogni Nessuno, compresi noi, non potendo far nulla di “importantemente concreto”, esprime come può la sua solidarietà sui suoi piccoli ed insignificanti social network, ma quelli come i Charlie sono Qualcuno, ed un modo per ricordarli, difenderli e sostenerli è scegliere di farne parte, portando in alto il loro nome. Come sventolare una bandiera. Come conservare una fotografia.

È vero: è più semplice, è più veloce, ma sarebbe forse più comodo far finta di nulla e fregarsene, come accade realmente per tante altre gravi questioni globali che si ignorano, perché, al momento, meno eclatanti, o troppo lontane, come il massacro di 2000 nigeriani di cui nessuno, invece, ricorda il nome.

Questa massa, matematicamente coerente o meno, prende senso nel momento in cui fa veicolare anche inconsapevolmente un avvenimento cruciale e, in questo caso, drammatico e grave.
A nostro avviso, il veicolo, la frase, o immagine che sia, poteva anche essere altro, ok.
Anche noi non siamo Charlie Hebdo, che diamine, ma crediamo nella libertà d’espressione come valore, e loro hanno contribuito ad insegnarcelo. Apparentemente non ci battiamo nella stessa loro trincea, ma c’è modo e modo di testimoniare la propria posizione di fronte agli ideali e, specialmente in questo momento, non è compito dei vari media puntare il dito su chi è più o meno sincero.
Pensassero, casomai, ad informare la massa secondo coscienza e non secondo il volere dei vari editori, spesso politici, che li alimentano.

Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

Chi deve fare informazione, si limiti a fare quello.

 

fonte fotografica: il fatto quotidiano

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